Arrivato a casa dal lavoro ho trovato una bella sorpresa: l’Agenzia delle Entrate mi dice che devo presentare i giustificativi per alcune cose dichiarate nel 2010. Ci può stare: meno male che fanno dei controlli! Quello che mi perplime è che chiedono copie di documenti che non devi avere per presentare la dichiarazione dei redditi, come per esempio l’atto di acquisto della casa, l’atto di mutuo, il certificato di residenza (anzi loro dicono “la dichiarazione di destinazione alla data dell’immobile come prima casa” che non si capisce che cazzo sia – domani la moje chiama e vediamo se è il certificato di residenza o cosa). Quello che, invece, mi fa incazzare (e parecchio) è che la lettera (spedita come una normale lettera, quindi senza prova di consegna) è datata 19 aprile 2012. L’ufficio competente è quello di Codogno. Distanza tra Codogno e casa nostra: 5 Km. Quasi un mese per fare 5 Km, ok? “Ma è colpa delle Poste” dirà qualcuno. Vero, però se sai che le Poste fanno così schifo, cara Agenzia delle Entrate, non mi dai solo 30 giorni di tempo per presentare tutti gli incartamenti. Anzi, per essere precisi, “30 giorni dalla data di ricevimento della presente”. “Figo!” dirà lo stesso qualcuno di prima “Ma se l’hai ricevuta oggi, il mese scatta da oggi, no?”. No, perché non c’è scritto da nessuna parte che io l’ho ricevuta oggi: almeno una volta ci mettevano due timbri sulle buste, uno alla partenza e l’altro all’arrivo (ve li ricordate i concorsi “Farà fede il timbro postale”?). Ora per non fare brutta figura, nemmeno uno. Quindi se l’Agenzia delle Entrate sceglie di utilizzare un fornitore di merda lento, dovrebbe mettere in atto un comportamento tale da scongiurare situazioni di questo tipo.
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Poi dice che gli mettono le bombe…By Sky One on May 15th, 2012 | 2 Comments
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Posti da evitare: il “barcone” de Le Scimmie (Milano)
Ieri sera siamo andati ad ascoltare un amico che suonava nel barcone de Le Scimmie, storico locale sui navigli di Milano. Prima consumazione 10 Euro (e vabbè, è una serata musicale e poi siamo nella Milano della movida, no?): prendiamo 2 birre medie. Vedendo 4 spillatrici, chiedo una rossa: “Mi spiace, abbiamo solo la chiara” mi risponde il barista. Ob torto collo, vada per la chiara (10 Euro, ripeto, eh… 20 carte da mille… senza la birra rossa). Intuiamo dalla musica pre-session che l’acustica non sarà delle migliori. Quando il tutto inizia, abbiamo la conferma: acustica pessima, ronzii da vetri tremolanti (e sì che avevano tenuto gli ampli bassi), nemmeno un faretto per illuminare la band e/o il cantante. Spero per loro che il locale vero e proprio sia migliore, perché questo barcone è pessimo.
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La regina delle utonteBy Sky One on May 12th, 2012 | 3 Comments
Premessa: l’utonta in questione non è proprio il massimo della “svegliezza”. Anzi.
Dobbiamo cambiare la macchina di utonta e, prevedendo ulteriori chiamate (perché “quell’icona sul desktop era lì, mentre adesso è là” e cose simili), decidiamo di fare un Ghost[1]. Bene, il giorno dopo è stata capace di chiamarci perché i caratteri erano diversi.[1]: Il “Ghost” è un programma della Symantec (inizialmente sviluppato da quel genio che è stato Peter Norton) che serve a creare un clone del PC. Il nuovo PC sarà la copia in tutto e per tutto di quello vecchio.
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VecchiaiaBy Sky One on May 2nd, 2012 | No Comments
Faccio mie queste parole di Don Zauker che riflettono a pieno (anche) il mio stato di vecchiaia:
Siamo diventati insofferenti e intransigenti. Se una cosa non ci piace, deve andare in culo. Abbiamo concesso abbastanza tempo, energie ed attenzione a minchiate inutili. Ora che il tempo, le energie e l’attenzione cominciano a scarseggiare, pretendiamo di sfruttarle al meglio.
Lo so che non è per nulla Zen, ma così è.
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Quando il “pimp” si chiamava “elaborazione”
Ogni tanto mi capita di beccare programmi tipo Pimp My Ride e ripenso al fatto che, tra il 1985 ed il 1990, il pimp ce lo facevamo a mano ed in casa, con molto più divertimento. Sul mio secondo motorino (un Fantic Issimo) avevo una marmitta Serpentone (che mi piaceva soprattutto perché non faceva assolutamente rumore). Un mio amico aveva un Ciao con motore Polini da 75cc, marmitta Proma, sella GaMan con shienale e portapacchi e, naturalmente, carburatore Dellorto 19:19. A chi non è cresciuto negli anni ’70 queste cose appariranno come l’aramaico antico, lo so. La cosa bella era che ogni tanto i Caramba ti beccavano a circolare con queste cose non proprio legali (ed un po’ da incoscienti, dato che l’impianto frenante del Ciao non era certo fatto per un 75cc), al che scattava la ramanzina da parte del maresciallo che si concludeva con: “Io tengo il libretto del motorino: se tu vieni domani pomeriggio in caserma con il Ciao in ordine, ti ridò il libretto, altrimenti te lo sequestro”. Da lì al pomeriggio successivo era una corsa a rimettere tutti i pezzi originali (fermi[1] esclusi perché quelli li toglieva già il concessionario) che, inutile dirlo, venivano ri-sostituiti dopo il controllo in caserma. E’ una stupidata, ma noi sapevamo smontare e rimontare mezzo motorino, cosa impensabile anche solo con i cinquantini di adesso. Perché ripenso a tutto ciò? Forse per nostalgia ma anche perché spesso le cose più semplici sono le più divertenti.
[1]: quelli volgarmente detti fermi sono degli strozzamenti ai collettori di immissione della miscela nel cilindro che servivano per non far superare al mezzo i 45 Km/h (come da codice della strada). Inutile dire che, benché illegale, la prima cosa che ti diceva chi ti vendeva il motorino era “i fermi te li tolgo già io, così sei a posto”. -
Legge del pelo di gattoBy Sky One on April 22nd, 2012 | No Comments
Dato n il numero di gatti presenti in una casa, la quantità di pelo qp da essi distribuita nell’ambiente sarà data da:
qp(n)=en -
Il castello di MaccastornaBy Sky One on April 22nd, 2012 | 2 Comments

Con poco più di 60 abitanti, Maccastorna è il più piccolo comune della provincia di Lodi, l’11° tra i comuni meno popolati d’Italia (al 31 gennaio 2011) e il meno popolato fra i comuni italiani situati in pianura. In un angolo della piazza un gelso maestoso è il testimone più accreditato delle ultime vicende di una quieta comunità dedita ad una fiorente agricoltura basata sulla produzione del latte. Il passato più lontano e oscuro si riassume tutto nella rocca, in altri tempi temuta ed oggi ammirata, come fosse uscita da una favola coinvolgente, ma che in realtà cela tra le sue torri e le sue mura poderose un affastellarsi di intricate trame politiche e torbidi fatti di sangue. L’importanza del luogo derivava dal guado dell’Adda conteso lungamente in età comunale e al tempo delle Signorie, strategico per il controllo del territorio. La primitiva roccaforte di Belpavone o Mancasturma (dal nome di una casata cremonese), venne eretta intorno al 1250 dai ghibellini banditi dalla città di Cremona. A vent’anni di distanza gli odiati nemici guelfi la cinsero d’assedio riuscendo ad espugnarla il 24 maggio 1271. Ne seguì il barbaro saccheggio, l’orrendo massacro dei resistenti e la distruzione col fuoco. Un fatto rimasto a lungo nella memoria per crudeltà e spavento, tanto da alimentare la sempre viva credenza popolare delle grida disperate degli uccisi che si odono nottetempo in quegli ambienti. La posizione privilegiata impose agli stessi guelfi cremonesi la ricostruzione del maniero nelle forme che in gran parte possiamo tuttora vedere. Della fabbrica originaria mancano soprattutto cinque delle otto torri, ribassate al livello delle murature perimetrali, che conferivano al castello un aspetto arcigno e dissuadente per chi lo prendesse di mira. Passato per compera ai Visconti nel 1371, Gian Galeazzo, impadronitosi col tradimento del Ducato di Milano, lo concesse in feudo nel 1385 al veronese Guglielmo Bevilacqua, suo complice nel delitto dello zio Bernabò. Con alterne vicende, il castello e le terre di Maccastorna rimarranno, salvo eccezioni, nell’ambito della famiglia veneta fino al 1901 quando tutti gli immobili passarono ai Biancardi di Codogno, ancora attualmente grandi possidenti locali. La parentesi più ragguardevole e densa di accadimenti è all’inizio del Quattrocento: il 3 settembre 1402 la peste uccise Gian Galeazzo Visconti, troncando di netto le sue ambizioni di dominio sull’intera penisola italiana. Del marasma politico che ne seguì, approfittarono i Cavalcabò per farsi eleggere signori di Cremona e per occupare diversi castelli del contado, tra cui quello di Maccastorna. L’errore fu quello di donare la rocca lodigiana al soncinese capitano di ventura Cabrino Fondulo che aveva valorosamente combattuto al loro fianco. Uomo ambizioso e senza scrupoli, il Fondulo coltivava nel suo animo il segreto disegno di impadronirsi a sua volta della città, sbarazzandosi, senza esclusione di mezzi, dei suoi incauti protettori. Dall’inespugnabile covo di Maccastorna egli attendeva solo l’occasione propizia per attuare i suoi piani. E l’evento pazientemente atteso si presentò verso la fine di luglio del 1406 (forse il 24), quando Carlo Cavalcabò col seguito dei fratelli Giacomo e Lodovico e di alcuni dignitari, reduce da una visita diplomatica a Milano, accettò l’ospitalità offerta da Cabrino nel castello di Maccastorna per ristorarsi e trascorrervi la notte. Dopo i convenevoli di rito, le festose accoglienze e una lauta cena accompagnata da abbondanti libagioni, i signori di Cremona vennero accompagnati alle loro stanze per il riposo. E qui, a notte fonda, si compì il misfatto. Gli sciagurati Cavalcabò e gli altri, una dozzina in tutto, finirono strozzati o proditoriamente pugnalati nel sonno dagli sgherri del Fondulo. Che, narra la leggenda, volle vederne i cadaveri di persona, ordinando poi che venissero gettati nell’immondezzaio. Considerati i tempi, non deve stupire tanta efferata crudeltà; il potere si conquistava quasi sempre con l’inganno e il sangue. La sorte volle che la testa del sanguinario usurpatore Cabrino rotolasse nel 1525 dal patibolo innalzato dal Duca Giovanni Maria Visconti nel cortile del Broletto di Milano. L’opportunista capitano di ventura aveva provveduto cinque anni prima a vendere Cremona alla Casa del Biscione dietro compenso di 40.000 fiorini d’oro. Se il Fondulo è passato alla storia con la triste fama di uomo sordido e malvagio, non di meno egli ordinò che il castello di Maccastorna fosse fortificato e ingentilito da opere pittoriche di cui rimangono labili tracce. Per sua volontà vennero costruite le balconate interne che ancora si ammirano. La stessa chiesetta, dedicata a San Giorgio martire, risalente al 1250, venne da lui ricostruita e ampliata per celebrarvi le sue prime nozze con la nobile parmigiana Giustina de’ Rossi. Scomparso il tiranno, un altro delitto venne perpetrato all’interno delle mura castellane. Nel 1523 il conte Riccardo Bevilacqua venne raggiunto dai sicari al soldo di Teodoro Trivulzio e finito a colpi di pugnale. E qui finiscono le cose tragiche, poiché nei secoli successivi i feudatari, deposte le armi, si dedicheranno alla promozione dell’agricoltura. Le accennate vicende di sangue, ed altre ancora, hanno alimentato una serie di fosche leggende che ancora si tramandano con l’acquisita sicurezza di non esserne turbati, capaci, se non altro, di ammantare la rocca di un’aura misteriosa, ai nostri tempi alquanto svanita. Una dice che nella notte del 24 luglio i fantasmi dei Cavalcabò si aggirino nelle sale del castello invocando vendetta. Un’altra vuole che nel fondo del pozzo ci fossero lame affilate sulle quali finivano inesorabilmente i corpi degli avversari da eliminare. Nelle notti poi tempestose, tra lo sbattere delle imposte, i cigolii delle porte, il rumore delle catene e il sibilare del vento, si sentirebbe il verso spaventoso e gutturale di un grosso gufo, chiamato dagli abitanti la Pora Dona (“la Povera Donna”). Come si vede, il brivido dell’horror non manca a Maccastorna e la presenza dell’enigmatico castello contribuisce a mantenerlo vivo. Come viva è la piccola comunità di poche famiglie gelose della loro autonomia municipale e religiosa. Gli attivi maccastornesi sanno rallegrare la quiete agreste del piccolo borgo con diverse iniziative culturali e ricreative. Coi canti della merla a fine gennaio e il rogo della vecchia che esorcizzano l’inverno, di comune accordo con altri paesi rivieraschi dell’Adda. Segue, intorno al 23 aprile, la sagra di San Giorgio, che si snoda in più giorni tra funzioni religiose e una processione, balli e degustazione di piatti tipici a base di salamelle e rane. Tanto per sorridere alla vita. Il magnifico gelso, dalla chioma smeraldina, da spettatore interessato, tace e acconsente.
(Foto: Sky One – Testo: Paolo Zanoni) -
Sei qualcuno
Mi sono sempre chiesto perché qualcuno non facesse qualcosa per la tal cosa.
Poi ho realizzato che io sono qualcuno. -
Siamo tutti fotografi. Davvero?By Sky One on April 17th, 2012 | 4 Comments
Trovo sempre più amici e conoscenti che si definiscono fotografi. A parte chi lo fa di mestiere[0] o chi ha una vera passione per la fotografia (e fa anche qualche mostra con un discreto successo), mi pare che ci sia un sacco di gente[1] che si ritenga fotografa solo per il fatto di avere una macchina da mille megapixel e dal costo di centinaia di Euro. Mentre nei primi (e in pochissimi altri) si vede un certo occhio (cosa che, per esempio, io non ho), la maggior parte fa foto nitide, magari con un buon fuoco (soggetto a fuoco e sfondo sfuocato – cosa che con una compatta è di difficile realizzazione), ma che viste una volta si dimenticano senza problemi. Anche a me piacerebbe la macchina reflex ma ne vale la pena? Vale anche solo la pena caricare le proprie foto su siti come Flickr[2]? C’è qualcuno, oltre a me stesso (e, forse, qualche familiare) che possa essere interessato alle mie foto? Forse sono diventato troppo orso, forse è solo un po’ del mio pessimismo o forse è solo lungimiranza: spendi qualche centinaio di Euro per la macchina, diverse ore a Photoshoppare ma per chi o per cosa? Non sarebbe il caso, invece di tutto questo essere social, di riscoprire i veri interessi e i veri affetti e condividere ciò che amiamo solo con chi amiamo?
[0]: Bea, Google non ti conosce: questo è male.
[1]: resta sempre inteso che “la gente si devono sparare” (c) Bea & Max
[2]: Flickr sta stringendo “i cordoni”: adesso si possono salvare gratuitamente solo 200 foto. E’ vero che le uniche mie foto pubblicate sono state viste su Flickr e poi pubblicate (previa richiesta), però mi sembra assurdo questo continuare a restringere il cerchio: prima solo 3 set, poi al massimo X MB al mese, adesso 200 foto… -
Piccole utonte crescono
Piccola Utonta: “Scusate, potrebbe venire qualcuno, ché s’è inciampata la stampante…”

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