Che il referendum di Mirafiori sia in realtà un ricatto s’è capito quasi subito: un’azienda che dice “si fa come dico io o me ne vado” non ti sta proponendo qualcosa, ma ti sta obbligando. Come d’uso in Italia, popolo di 60 milioni di allenatori di calcio e 60 milioni di politici (alla faccia dell’unità celebrata quest’anno ma in realtà imposta), chiunque si sente in dovere di dire la sua: anche io.
Sinceramente non so cosa voterei io se lavorassi alla FIAT di Mirafiori: “no” perché il nuovo contratto non è uno, ma due o anche tre passi indietro (pensate voi a lavorare 10 ore in catena di montaggio su due turni di 5 ore ciascuno: e nel tempo che intercorre tra i due turni cosa fareste, magari abitando a un’ora di strada dalla FIAT?), oppure “sì” perché se vincono i no si chiude? Non lo so. Il mutuo non lo paghi con gli ideali. Se non sei giovanissimo, pensi anche che a Torino un altro lavoro mica lo trovi. Però non è giusto votare “sì”. I sindacati che dicono di votare “sì” fanno il proprio interesse perché senza fabbrica i sindacalisti restano senza lavoro. I sindacati che dicono di votare “no” rischiano di mettere centinaia (migliaia?) di lavoratori in mezzo a una strada.
Ai lavoratori, soprattutto operai, della FIAT di Mirafiori va tutta la mia solidarietà, ben conscio che nemmeno con questa ci pagherebbero il mutuo. Non vorrei essere nei panni di chi deve decidere e non sa cosa decidere, quindi oltre alla solidarietà anche la mia ammirazione.
A tutti quelli che dicono, senza lavorare a Mirafiori, “bisogna votare sì” o “bisogna votare no” ricordo un proverbio siciliano che recita così:
Un cazzo nel culo degli altri sembra un capello

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